Dalle tapparelle abbassate filtrava solo qualche raggio di luce riflessa dalla luna, andando a disegnare linee e fantasmi sul soffitto. Faceva caldo, nonostante fosse ormai tardo autunno, quindi spostò la trapuntina rimanendo coperta solo dal lenzuolo. Era una ragazza giovane, sui vent’anni, fidanzata... O almeno lo era stata.
Era da qualche notte che non riusciva a dormire, si rigirava nel letto inquieta, come se aspettasse qualcosa che non arrivava, bramando quel Morfeo tanto cantato, che a lei ormai si concedeva solo alle prime luci dell’alba.
Sul comodino di fianco alla testata del letto era poggiato un flaccone, non si riusciva a leggerne l’etichetta ma lei si ricordava benissimo il suo nome. E il suo presunto scopo. Era un sonnifero, uno di quelli forti, eppure a lei non faceva effetto, sarà perchè era stata innamorata, sarà perchè forse era ancora innamorata, non lo capiva bene, anche se era stata lei a lasciarlo. Voleva stare con lui ma quando erano da soli, loro due e basta, si sentiva a disagio, fuori posto... Si, aveva deciso che dovevano troncare, era uno di quegli amori in cui lei lo doveva guardare dalla finestra, da lontano, lasciandolo libero di agire e di fare qualsiasi cosa...
“Ah, dannata zanzara... Anche tu adesso ti ci metti?”
Si alzò, accese la luce e prese la prima cosa che le venne sottomano da terra, una delle sue ciabatte.
Era incredibile come le zanzare si mostrassero tenaci in quel periodo, avrebbero dovuto morire, non era più la loro stagione... E invece no, eccole, a punzecchiarla e a farle perdere anche quel poco di riposo che faticosamente riusciva a godersi.
Tornò a letto, lasciando sul muro una piccola macchiolina rossa – avrebbe pulito l’indomani, ora doveva dormire – dove aveva schiacciato la zanzara.
Spenta la lampada tornò il buio, e con quello i ricordi...
Quanto tempo era stata insieme al suo ragazzo? Probabilmente più di quanto si ricordasse ora, così su due piedi avrebbe detto 4, 5 mesi... In fondo era anche stato un buon periodo, soprattutto l’ultimo, quello prima della rottura. Delle belle serate, delle belle chiacchierate, divertenti uscite con gli amici, e tutto quello che ci si può aspettare da una coppietta di giovani, anche se lui aveva qualche anno più di Ann. E delle belle nottate, almeno in quel periodo non aveva il problema dell’insonnia, quello era sicuro.
Adesso invece, erano 5 giorni che non lo sentiva.
Ripensandoci le venne da piangere, teneva ancora le ultime rose che lui le aveva regalato, le aveva fatte essiccare e le teneva appese, a testa in giù, vicino alla porta d’ingresso. Così come non aveva nemmeno tolto la loro foto dal comodino, in piedi con quella bella cornice d’argento, appena dietro il bicchiere e il sonnifero.
La coperta da sola non bastava a tenerle abbastanza caldo, senza contare che era sua abitudine andare a letto solo con una leggera vestaglia che le arrivava a malapena alle ginocchia, con due fili come spalline, scollata... Ma senza di quella, poteva proprio scordarsi di chiudere occhio... Almeno così, la speranza la manteneva.
Si tirò su di nuovo la trapuntina, e si ricordò che in quei casi, quando aveva freddo, andava istintivamente a cercare il corpo del suo amato, che l’avrebbe abbracciata, scaldandola e facendola sentire protetta...
Si disse che era proprio vero, quando si pensa ad una cosa si sceglie la soluzione migliore, che si rivelerà invece la peggiore già dal giorno seguente. Si era pentita di averlo lasciato...
Chiuse gli occhi e cercò invano il suo corpo, più con la mente che non fisicamente, e lasciò che una lacrima le solcò una guancia, andando a depositarsi quindi sul cuscino.
<<Chissà cosa stai facendo ora... Amore... Sai mi sono pentita di averti detto che tra noi era finita... Lo so sono stata una stupida... Voglio tornare ad essere la tua Ann...>>
Si rigirò, nel letto, e si mise in un angolino, in posizione fetale, con la schiena appoggiata al muro. Le lacrime continuavano a scendere, lentamente.
<<Ti amo... Amore mio... Matt...>>
E finalmente si addormentò.
<<... e così l’ho fatto, capisci, l’ho ucciso, con il mio bisturi, con le mie direttive, con le mie mani, non posso fare a meno di sentirle pesanti per il suo sangue, non riesco a lavarlo via... Tranquillo gli infermieri non si sono accorti di nulla è stato tutto registrato come un semplice decesso in sala opertoria dovuto ai traumi pre-operazione, con tutte le pallottole e le botte che gli hai rifilato... Mio Dio l’avevi conciato proprio bene... Tutta questa messinscena per uno stupido poliziotto... Doveva proprio impicciarsi di quello che è successo in quel vicolo? Meno male che non ti ha beccato... Intanto il fardello è passato a me...>>
L’aria nella stanza era fredda, ma il chirurgo non smetteva di sudare. Era solito asciugarsi la fronte tamponandola con un fazzoletto – una deformazione professionale, dopo tanti anni di carriera – così come stava facendo ora, seduto di fronte ad una figura massiccia, che finora aveva solo ascoltato, annuendo, le sue farneticazioni.
<<Dio solo sa quanto avrei voluto evitarlo... Lo sentivo agitarsi, sentivo il suo cuore battere, anche se debolmente, sono stato io a togliergli la vita, l’ho presa con le stesse mani che ne hanno salvate molte altre, ma questa volta no, no...>>
Chiuse gli occhi, appoggiandola sulle mani, e i gomiti sulle ginocchia.
<<Sai mentre lo facevo ero calmissimo... Non sono mai stati così lucido durante un’operazione come lo sono stato ieri, non so nemmeno come si chiamasse quell’uomo, non mi importava, l’importante era fare il mio lavoro al meglio, l’importante era non farmi scoprire, eppure ora sento il peso di quello che ho fatto, non avevo mai preso delle scelte così importanti... Non avevo mai preso scelte nella mia vita sai? Era sempre tutto deciso dai miei genitori, dai miei insegnanti, da mia moglie, dagli altri... Perchè ho iniziato a scegliere proprio ora? Stavo così bene prima, senza che io dovessi sentirmi responsabile di nulla... Anche quando qualcuno mi moriva sotto i ferri – e ti posso assicurare che sono stati davvero pochi, non per nulla mi sono formato una certa fama – anche quando perdevo un paziente tutti davano la colpa a qualche infermiere, a qualche casualità esterna, alle volte alle condizioni critiche dei pazienti che dovevo operare d’urgenza... Anche stavolta è stato così sai? Però ora non riesco a sorridere e ad andare avanti come prima, nessuno mi sta dando la colpa, nessuno mi ha puntato il dito contro, ma mi sento colpevole mi sento un peso dentro... Perchè mi sento così? Solo perchè ho iniziato a scegliere?>>
Iniziò a singhiozzare, le lacrime gli scesero calde giù per l’avambraccio, fino a bagnargli le maniche della camicia, piegate al gomito. Di fianco a lui, sulla scrivania, c’erano un bicchierino quasi del tutto vuoto, e una bottiglia di liquore aperta. L’odore si stava velocemente spargendo nella stanza.
<<A volte sai mi chiedo perchè hai scelto proprio me... Potevi chiederlo a chiunque altro, eppure hai scelto me... Forse sapevi che l’avrei fatto, non lo so, ma mi sento male all’idea di aver fatto tutto questo... Anche se prima mi pareva così semplice... E quel che è peggio è che lo è stato davvero!>>
L’uomo davanti a lui si alzò, e con passo pesante arrivò fino alla scrivania, prese la bottiglia di liquore – urtando il bicchiere, che cadde riempiendo di vetri la moquette – e ne prese una lunga sorsata, direttamente dalla bottiglia.
Quindi prese una busta dalla tasca della giacca, la poggiò sulla scrivania, insieme alla bottiglia, e parlò per la prima volta da quando era entrato in quella stanza.
<<Il tuo compenso>>
La sua voce profonda fece quasi paura al medico, che ancora singhiozzava seduto lì di fianco.
<<Perchè hai scelto proprio me? Dimmelo ti prego... Non resisto a sentirmi ancora così! Mi... Mi sento male... Non... Non volevo... Non dovevo iniziare a scegliere, non dovevo scegliere, lo sapevo, l’ho sempre saputo, per questo non l’ho mai fatto... Non dovevo scegliere di accettare...>>
L’uomo si allontanò dalla scrivania, e arrivato alla porta si fermò.
<<Sono io che ti ho comprato. Tu non hai scelto. Hai fatto tutto per soldi. Sono i soldi che hanno deciso cosa avresti fatto. Si, per te è stato tutto per i soldi.>>
Quindi uscì, richiudendosi la porta alle spalle. Il chirurgo era rimasto solo, ma ora sorrideva. Le lacrime continuavano a scendere, ma lui riuscì a mormorare un grazie, amaro come quelle gocce che gli solcavano le guance.
Gli occhi gli bruciavano per la luce. Poteva sentire solo due cose distintamente: il dolore pervadergli tutto il corpo, e il freddo acciaio, che lo sosteneva, sotto la schiena. Tutt'intorno a lui delle voci indistinte, frenetiche, macchie bianche, di un bianco che feriva, turbinavano confondendosi le une nelle altre.
Poi, ancora il buio.
<<Fermati. Zitto, non urlare, non dire niente, ho una pistola puntata alla tua nuca, bastardo, la senti? Aspetta solo di poterti sputare contro un po del piombo che ha in pancia, ma non qui, quindi stai zitto e per ora vivrai. Niente mosse affrettate, portati verso quel vicolo, quello laggiù. Vai, vai!>>
La voce cavernosa alle sue spalle non avrebbe accettato repliche, era anche fin troppo chiaro, e farla irritare non era una cosa saggia, si disse Matt. Si diresse verso il vicolo, in cui le fioche luci dei lampioni della strada non penetravano. La notte era già buia a causa delle tante nuvole in cielo, che non lasciavano trasparire la luna, ma in quel vicolo l'oscurità era quasi tangibile, sembrando in un qualche modo innaturale.
Appena Matt fece il suo terzo passo nel vicolo, l'uomo dietro di lui lo colpì - con il calcio della pistola - alla base del collo.
<<Presto, fate presto! C'è bisogno di una trasfusione! Sta rischiando grosso! Gruppo 0-! Fate PRESTO!>>
La barella continuava a sfrecciare per il corridoio, apparentemente infinito, facendo sfilare miriadi di macchie - probabilmente degli inservienti dell'ospedale, pensò Matt, ma non poteva assolutamente esserne sicuro - al suo fianco. Il dolore agli occhi non diminuiva, la luce era sempre dannatamente troppo forte, la sua testa pulsava come non aveva mai pulsato prima, le sue viscere erano come in fiamme... Avrebbe voluto stringersi la pancia, gridare dal dolore, scappare da tutto questo, ma non riusciva a muovere nemmeno un dito.
Cadde in ginocchio, stordito, un'esplosione di rosso dolore gli pervase la mente, facendogli per un momento dimenticare dove e in che situazione si trovava. A riportarlo alla realtà fu un violento calcio nello stomaco, che gli fece mancare l'aria per quasi un minuto buono. Stava accadendo tutto troppo in fretta perchè lui si rendesse davvero conto di cosa stava succedendo... Aveva pensato ad una rapina, in quella zona gli era già capitato altre volte, ma non con quelle modalità. Ora, tutto quello che poteva sentire era la fredda canna della pistola premuta fermamente sotto il mento, e la voce dell'uomo che lo aveva condotto nel vicolo.
<<Allora bastardo che hai? Già ti senti mancare? Ah no, proprio no, non ci sperare... Non ti lascerò svenire così...>>
La sua faccia era coperta da una calzamaglia nera, in modo che Matt non potè vedere in volto il suo aggressore.
<<Prima mi voglio divertire un po!>>
<<Ne... Nella tasca... Prendi... Tutti i sol-->>
La sua voce roca fu interrotta, oltre che da vari rantoli di tosse, da un forte pugno sulla guancia.
<<Zitto, cane!>>
Sputò sangue, probabilmente si era tagliato l'interno della guancia contro i denti... E gli si era spaccato il labbro inferiore.
Solo ora oltre al dolore Matt iniziò a sentire davvero la paura, una paura folle della morte e di tutto ciò che quell'uomo, con il volto nascosto e con quella voce profonda, spaventosa, rappresentava per lui. Non era ancora pronto alla fine.
<<In sala operatoria! Portatelo in sala e chiamate il chirurgo! Dobbiamo estrarre le pallottole!>>
Insieme alla consapevolezza del mondo intorno a lui, Matt sentì sempre più forte anche il dolore, come se un animale gli stesse divorando lentamente le viscere, morso dopo morso.
Iniziò ad agitarsi, la paura aveva ripreso il sopravvento, rischiò di cadere dalla barella, strappandosi anche l’ago della trasfusione...
<<Vaffanculo stai fermo! Dell’anestetico! PORTATEMI UNA CAZZO DI SIRINGA CON DELL’ANESTETICO!>>
<<Bastardo allora, come ci si sente braccati in questo modo? Impotenti? Eh, bastardo?>>
Una pallottola gli perforò la coscia, rubandogli un urlo, soffocato dalla mano del suo aggressore.
Un’altra pallottola scavò la sua strada tra le viscere, riversando un fiotto di sangue sul cemento sporco di quel vicolo maledetto.
Matt stava già svenendo per il dolore quando l’uomo davanti a lui lo colpì ripetutamente, con il calcio della pistola, a volte sulla scapola, a volte sullo sterno, a volte sulla mandibola...
Matt poteva ormai sopportare la luce del corridoio dell’ospedale. Vide un’infermiera arrivare portando la siringa, e <<Tenetelo fermo dannazione, tenelo fermo!>> sentì le mani degli infermieri far presa sulle poche parti del suo corpo ancora sane, in modo da immobilizzarlo.
<<Ne hai abbastanza figlio di puttana?>>
Gli puntò la pistola appena sotto la spalla sinistra. Matt non poteva vederlo, non più, ormai l’oscurità di quel vicolo gli era penetrata nella mente. Sentiva solo il dolore provocato dalla canna della pistola, che premeva forte sulle costole. Sentì l’uomo ridere, di una risata malvagia.
L’ago della siringa gli bucò il braccio, e l’anestetico penetrò nella vena mischiandosi al sangue come fuoco liquido. Tentò di urlare, sprofondando nuovamente nell’abbraccio del nulla.
La risata dell’uomo, quella risata che faceva male, fu l’ultima cosa che sentì prima di chiudere definitivamente gli occhi a quella scena che stava vivendo di prima persona.
La risata, ed un click – il grilletto della pistola che caricava – così freddo da raggelarlo nel suo io più intimo.